Nella puntata precedente abbiamo descritto i disastri avvenuti in Italia a seguito del crollo delle dighe del Gleno e di Molare. Quest’oggi ci occupiamo invece, in maniera diffusa e specifica, della terza grave tragedia che interessò una diga in Italia e che causò il più tragico evento alluvionale del nostro Paese: il disastro del Vajont. La vicenda è nota, ampiamente descritta e dibattuta in tantissime sedi (giornalistiche, giuridiche, accademiche) e il punto su cui tutti convergono è un solo: il disastro poteva essere evitato.

L’evento iniziò alle 22.39 del 9 ottobre 1963, quando circa 260 milioni di metri cubi di rocce e terreno si staccarono dal costone nord del Monte Toc e precipitarono nel neonato lago del Vajont (che in quel momento conteneva 116 milioni di metri cubi di acqua). La frana spostò 50 milioni di metri cubi di acqua, di cui 25 milioni sormontarono la diga generando un’onda di piena che si riversò nella gola del Vajont e successivamente nel fiume Piave. Il bilancio fu drammatico: 1917 vittime accertate, di cui ben 1450 nel solo comune di Longarone, che all’epoca sorgeva (e sorge tutt’ora) vicino la confluenza tra il torrente Vajont ed il Piave.

La valle del Vajont dopo la frana – Credits: Wikipedia.org

Alla luce dei fatti ci si chiede quali siano state le cause scatenanti e in che modo questa tragedia potesse essere evitata. Cerchiamo di fare chiarezza quindi andando ad analizzare le quattro principali cause che, sommate, indussero il disastro.

1. Ubicazione

L’idea di costruire la diga del Vajont, al fine di sfruttare per scopi idroelettrici le acque dell’omonimo torrente, risale addirittura agli inizi del ‘900 quando la frenetica corsa all’idroelettrico, spinta da una sempre più esigente domanda di energia elettrica in un Paese sostanzialmente povero di materie prime minerarie (carbone), era al suo apice. La prima ipotesi di progetto fu avanzata dall’Ingegner Carlo Semenza nel 1926 il quale, basandosi sugli studi del Prof. Hug, prevedette la costruzione della diga in una sezione più a monte (ponte di Casso) rispetto a quella dove fu effettivamente realizzata (ponte del Colomber, alle pendici del Monte Toc). Nel 1930 il geologo Giorgio Dal Piaz presentò una relazione in cui si identificava l’assenza di franamenti delle sponde nel sito di ponte di Casso, ma sconsigliava la costruzione di uno sbarramento in quanto riteneva la roccia di imposta della diga poco adatta ad ospitare un’opera di tale tipo (diga a volta). Nel 1937 venne presentato un nuovo progetto della diga del Vajont presso la sua sede finale (ponte del Colomber) con relativa relazione geologica, sempre a cura di Dal Piaz, nella quale non venivano segnalate frane o instabilità dei pendii della gola. I lavori iniziarono ufficialmente nel 1957.

In tutto questo arco temporale che va dall’idea iniziale di progetto (1926) all’inizio dei lavori (1957), nessuno si accorse che il costone nord del Monte Toc era interessato da una antica frana, molto estesa, che poteva essere potenzialmente dannosa per il futuro bacino e per i centri abitati di valle. Alla luce di ciò, una maggiore attenzione ed approfondimento nelle analisi fatte avrebbe fatto sorgere tale problematica, con conseguente abbandono del progetto previsto nel sito di ponte del Colomber.

Il costone nord del Monte Toc messo a nudo dalla frana – Credits: Focus.it

2. Paleofrana

Una Paleofrana è così definita: “massa composta di materiale incoerente deposto da una frana su un pendio, il cui trasporto, generalmente per gravità, avvenne in tempi antichi”. In altre parole è una frana che ha ormai da tempo trovato un proprio equilibrio interno e di cui si è persa la memoria storica. Il grande pericolo per chi si trova sopra o nei dintorni di questa specifica frana è la percezione di trovarsi su di un terreno solido e compatto, mentre invece un semplice innesco può provocare fenomeni franosi ingenti. 

Nel caso del Vajont la paleofrana venne scoperta solo nel 1959 dal geologo Edoardo Semenza, quindi ben due anni dopo l’inizio dei lavori. Nel 1960 si formò una linea di distacco molto ampia (indotta, come si vedrà, dalla presenza del lago), lunga circa 3 km, che interessava il versante nord del Monte Toc e disposta in maniera sub-parallela al bacino del Vajont, mentre la velocità massima del movimento del corpo franoso venne stimata in ben 3 centimetri al giorno. La situazione divenne seria quando, nel novembre del 1960, un consistente volume di rocce (circa 800.000 metri cubi) si staccò dal Monte Toc scivolando nel lago sottostante. Questo fatto stimolò una maggiore comprensione del fenomeno, portata avanti dall’esperto di meccanica delle rocce Leopold Muller. Alla luce dei nuovi fatti venne costruito anche un modello fisico in scala del Vajont per meglio comprendere la risposta del bacino in caso di distacco del versante franoso (modello che sottostimò di tantissimo il volume della frana e la velocità di caduta). Nella sua campagna Muller e i suoi collaboratori installarono piezometri e strumenti per tenere sotto controllo i movimenti del versante, mentre il livello del lago veniva abbassato gradualmente per non sollecitare troppo il corpo franoso. Queste operazioni garantirono in un primo momento l’arresto dei movimenti. Successivamente, nel febbraio del ’61, Muller consegnò all’allora Gestore dell’impianto (la società SADE) un rapporto in cui veniva descritta minuziosamente la frana, stimando in maniera molto precisa l’entità dei volumi in gioco e in cui venivano correlati livello del lago, precipitazioni meteoriche e movimenti della frana.

Nonostante questo importante documento e le raccomandazioni di Muller, sia i gestori dell’impianto e sia gli altri tecnici che si occuparono del  modello in scala sottostimarono ancora una volta la pericolosità della frana; anzi asserirono che i pericoli per il bacino e per gli abitanti di valle fossero pressoché minimi. Tale negligenza risultò fatale nei mesi successivi.

Il bacino del Vajont dopo la frana del novembre 1960 – Credits: Wikipedia.org

3. Livello del lago

Come detto, Muller trovò una correlazione tra il livello del lago, le precipitazioni e i movimenti del corpo franoso. A livello geologico la paleofrana era composta da un consistente volume di terreno e rocce poggianti su una superficie argillosa che si comportò come vero e proprio piano di scivolamento. La frana era composta da materiale fratturato e molto permeabile, molto suscettibile all’innalzamento e abbassamento del livello del lago (generalmente i terreni si comportano come spugne che assorbono e rilasciano l’acqua che si infiltra nei pori). Al di sotto della superficie argillosa invece preesisteva una falda acquifera alimentata sia dalle piogge sia dal lago. I due acquiferi (quello superiore, della frana, alimentato dal lago e quello inferiore, sotto la superficie argillosa, alimentato sia dal lago sia dalle piogge) presentavano caratteristiche di permeabilità e morfologia molto diverse, così come i livelli piezometrici, con livelli di pressione dell’acqua presente nei pori del terreno tali da sollecitare lo strato di argilla fino ad indurre la rottura e lo scivolamento a valle del versante nord del Monte Toc. Tale dinamica venne descritta per bene nel 1985 dagli studiosi Hendron e Patton.

È quindi chiaro che il continuo innalzamento e abbassamento del livello del lago, dovuto a ragioni tecniche di collaudo, abbia sollecitato il corpo franoso, inducendo pressioni interstiziali (ovvero la pressione indotta dall’acqua occupante i pori) via via maggiori fino a “rompere” di fatto il terreno. La presenza massiccia di acqua nel sottosuolo è uno dei motivi di innesco delle frane in quanto viene ad abbassarsi la resistenza a taglio dei terreni.

Il lago a quota 710 m s.l.m., estate 1963 – Credits: Wikipedia.org

4. Negligenza

Negligenza è la parola chiave di questa rubrica. La ritroviamo spesso e spesso è accompagnata da tragedie che potevano essere evitate affidandosi semplicemente al buon senso. Il Vajont, in questo caso, è forse l’esempio più eclatante.

La società SADE mantenne un atteggiamento omertoso riguardo le condizioni del versante nord del Monte Toc, tenendo all’oscuro le istituzioni e le popolazioni locali; inoltre anche dopo il disastro ci fu un tentativo di insabbiare il tutto rendendo inaccessibili i documenti tecnici e il modello fisico del Vajont. Ancora la stessa SADE denunciò la giornalista de l’Unità Tina Merlin (la quale aveva scritto circa i pericoli riguardanti la messa in funzione dell’impianto) per procurato allarme. Era comunque nell’interesse della SADE mantenere l’assoluto riserbo sulla faccenda per un motivo prettamente economico. Ma non solo, anche i tecnici incaricati di valutare la consistenza e la dinamica della frana ebbero un ruolo chiave nella tragedia, perché tutti concordavano sulla presenza della stessa ma differente era la visione di come si sarebbe evoluta la situazione. C’era chi sottostimava la pericolosità dell’evento, chi affermava che la frana sarebbe venuta giù in due tronconi e chi sottostimava la velocità di caduta. In ogni caso tutti gli esperti erano d’accordo sul fatto che il serbatoio artificiale sarebbe divenuto inservibile a seguito dell’evento franoso. Qui la negligenza, sotto molti aspetti, ha una magnitudo maggiore perché si parla di tecnici esperti che avrebbero dovuto non solo concordare sul fatto che la frana fosse potenzialmente devastante per le persone e le cose, ma anche intimare la SADE (che negli ultimi mesi fu assorbita dall’ENEL) ad interrompere il collaudo. Infatti nelle ore immediatamente precedenti al disastro, col livello del lago a quota 700 m s.l.m., i movimenti franosi furono dell’ordine delle decine di centimetri (misurate sull’arco giornaliero), segno che qualcosa di catastrofico stava per accadere.

Ricollegandoci al pensiero iniziale possiamo dire: il disastro poteva essere evitato? . Come? Mantenendo il livello del lago ad una quota di sicurezza oppure svuotandolo completamente. Successivamente studi più approfonditi sulla paleofrana avrebbero dovuto portare a soluzioni tecniche per mettere in sicurezza il versante e l’intero bacino. Nulla di tutto ciò fu fatto ed oggi ricordiamo il Vajont nella maniera più tragica possibile.

Longarone prima e dopo il disastro – Credits: Wikipedia.org

P.S.: Di seguito alcuni link per chi volesse approfondire l’argomento.