#beyondIntelligence
Sono sempre io, il fissato di IA, ma stavolta parlo per #rubricheGalileiane. Negli scorsi post ho parlato di parallelismo e algoritmi genetici, oggi, vorrei parlarvi di qualcosa di natura meno sperimentale. Mi piacerebbe strutturare questa rubrica alternando le definizioni applicative della Computazione Naturale e della Computazione ad Alte Prestazioni, con questioni di natura più teorica e quasi filosofica del campo dell’Intelligenza Artificiale.

 

Alan Turing
© National Portrait Gallery, London
1951, Elliot & Fry

Partiamo col definire cosa è l’Intelligenza Artificiale: essa è una disciplina appartenente all’informatica che studia i fondamenti teorici, le metodologie e le tecniche che consentono la progettazione di sistemi hardware e sistemi di programmi software capaci di fornire all’elaboratore elettronico prestazioni che, a un osservatore comune, sembrerebbero essere di pertinenza esclusiva dell’intelligenza animale. La Computazione Naturale è un ramo dell’IA che cerca di emulare i meccanismi naturali per permettere alle macchine di effettuare scelte intelligenti. Trovo davvero affascinante questo campo: è incredibile constatare che anche gli esseri viventi parlino la lingua dell’Universo e, come faceva notare David prima di me, è possibile dimostrare che esiste una rete neurale artificiale che può approssimare una qualsiasi funzione. Ciò significa che è possibile vedere le reti neurali naturali come degli approssimatori naturali che si evolvono per risolvere il problema più importante che ogni essere vivente si trova ad affrontare ogni attimo della sua esistenza: sopravvivere.
Il vero padre dell’IA è considerato Alan Turing, che, da una recente rivalutazione di alcuni articoli inediti, risulterebbe l’ideatore delle Reti Neurali. Sul suo lavoro nella definizione delle Macchine Neurali, si basa anche il mio lavoro. Turing è famoso soprattutto per aver proposto una soluzione a una delle domande fondamentali dell’IA: cosa è intelligente?

 

Turing propone il Gioco dell’Imitazione, nel quale una macchina intelligente e una persona vera tentano di imitarsi a vicenda mentre una terza parte deve distinguere la macchina dall’umano. In base alla percentuale di persone che non riescono a distinguere macchina e umano, si può classificare l’intelligenza della macchina.

Il Gioco dell’Imitazione tuttavia è stato messo in discussione come metodo empirico per valutare l’intelligenza di una macchina. Infatti, nella formulazione classica dell’esperimento, si valuta l’intelligenza in un singolo dominio, quello della conversazione. Inoltre, si sta intrinsecamente asserendo che l’essere umano sia intelligente, cosa su cui nutro dei dubbi. Non si tratta di misantropia da quattro soldi, quanto alla presa di coscienza del fatto che i nostri pensieri sono frutto della manipolazione di un segnale elettrochimico che viaggia attraverso le sinapsi da un neurone all’altro.
Percepire una persona come intelligente significa intuire, sulla base del suo comportamento, che nella sua mente avvengono dei processi cognitivi analoghi a quelli che ognuno di noi percepisce. Di conseguenza la percezione dell’intelligenza è fasulla, è una sensazione, che può essere misurata con metodi quantitativi, ma dovuta principalmente a dei meccanismi di empatia alla base del comportamento animale: riconoscere i propri simili

Ava - Ex Machina
Ava, Ex Machina, Alex Garland
© 2015 Universal Pictures

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La questione è ancora oggi aperta e tanti ricercatori e appassionati in questo campo propongono delle soluzioni. Una delle risposte più convincenti in cui sia mai incappato è quella proposta da un film, Ex Machina. Il film, diretto da Alex Garlan e di cui consiglio vivamente la visione, vede protagonisti due programmatori alle prese con il Test di Turing per valutare l’intelligenza di Ava, una macchina androide dotata di IA.

SPOILER ALERT
Il piano del creatore di Ava è quello di valutare l’istinto di sopravvivenza di quest’ultima e della sua capacità di sfruttare le vulnerabilità psicologiche del secondo protagonista per fuggire dal laboratorio.
FINE SPOILER

Nel film l’intelligenza viene intesa come la capacità di adattarsi all’ambiente per autodeterminarsi, senza che l’autodeterminazione della propria coscienza sia un’idea indottrinata. Tuttavia, il film apre anche altri interrogativi: l’istinto di sopravvivenza è intrinseco all’intelligenza? L’appercezione è necessaria all’intelligenza o è anch’essa una sensazione? Una macchina può essere considerata un essere vivente?
Questi interrogativi rimangono tutt’ora aperti ispirando quasi quotidianamente discussioni sul tema.

E voi che ne pensate?