Desertron

C’è da dire che gli americani hanno il senso della spettacolarità. Anche nei nomi. Desertron era il soprannome dato a un progetto la cui sigla era SSC, un nome che più americano non si può: Superconducting Super Collider. Il progetto nasce negli anni 80 mentre in Europa c’è il LEP e LHC è solo una suggestione. In America si sta costruendo Tevatron, il collider di Fermilab che raggiungerà per primo l’energia di un TeV nel centro di massa. Ma ora gli americani pensano al futuro e vogliono costruire la prossima grande macchina,un mostro da 20 TeV (per confronto si vedano i “soli” 14 di LHC). Il progetto inizia a essere realizzato nella zona sud di Dallas, Texas, per una spesa prevista di 4 miliardi di dollari. Negli anni 90 i lavori erano in corso, con gli edifici del laboratorio costruiti e un quarto del tunnel già scavato, per un totale di più di 20 km. Però il budget era andato fuori controllo, i costi stimati erano lievitati a 12 miliardi di dollari con l’inevitabile strascico di forti polemiche politiche. Inoltre iniziò una pressione sul Congresso da parte di eminenti esponenti del mondo della fisica della materia che ritenevano, forse a ragione, che le ricadute tecnologiche del loro campo sarebbero state molto più imponenti di quelle della fisica delle particelle. Nel 1993 il progetto venne cancellato dall’amministrazione Clinton. Fu il primo passo di un lento ma costante disimpegno degli Stati Uniti dal mondo della fisica delle particelle a favore di altri ambiti e principalmente della fisica della materia.

SoX

Di SoX ho già parlato diverse volte lo scorso anno, quando esso vide le luci della ribalta per uno sciagurato servizio delle Iene. L’idea originaria era di riutilizzare l’esperimento Borexino, un enorme rivelatore di neutrini che si trova all’interno dei Laboratori Nazionali del Gran Sasso, per studiare l’oscillazione del neutrino alla ricerca del cosiddetto neutrino sterile. Lo sterile sarebbe un quarto tipo di neutrino ipotizzato in aggiunta ai tre conosciuti che spiegherebbe alcune anomalie nei dati di passati esperimenti. La chiave per la ricerca di questo neutrino sterile con SoX era l’utilizzo di una sorgente radioattiva di cerio che sarebbe stata situata a breve distanza da Borexino. Questo avrebbe consentito, se il neutrino sterile esiste, di misurare la sua oscillazione all’interno del detector, portando una prova inconfutabile a favore della sua esistenza. Per una volta non sono state le polemiche tipiche dell’Italia a fermare SoX, ma la difficoltà tecnica. Infatti il laboratorio russo di Mayak che doveva produrre la sorgente radioattiva non è riuscito ad ottenere la purezza desiderata, rendendo quindi impossibile l’esperimento. Mai fidarsi dei russi come direbbe Ripper.

SuperB

SuperB è stato un sogno, O almeno lo è stato per me. Dopo l’esperienza di grande successo delle B-factory Babar e Belle, nei primi anni di questo millennio la comunità scientifica internazionale stava pensando di costruire due degni successori: SuperB e SuperBelle. I due esperimenti dovevano essere gli eredi diretti dei loro passati esperimenti. Mentre SuperBellle fu da subito un progetto ben avviato, è stato costruito e inizierà a breve la presa dati scrivendo pagine e pagine di fisica, SuperB non è stato così fortunato. Gli Stati Uniti, che insieme ad Italia, Francia e Russia erano i principali esponenti in BaBar, si sfilarono subito, in linea con la loro politica di “disimpegno” dalla fisica delle particelle. L’Italia prese la guida del progetto e questo fu da subito un problema, perché se per fare SuperB allo SLAC National Accelerator Laboratory, mettendolo al posto di BaBar, c’erano già laboratori, tunnel e un pezzo di acceleratore si poteva riusare, qui serviva fare tutto da capo. Soldi, molti soldi ma in realtà nemmeno troppi. Il governo e il suo ministro Tremonti sembravano essere della partita, si decise che il tutto si sarebbe fatto a Tor Vergata, in un nuovo laboratorio nazionale, accanto a quello di Frascati. Ma la paura era palpabile. Comitati locali. Ricorsi. Ritardi. Queste le parole che si ripetevano spesso. La convinzione che in Italia non sia possibile fare nulla, perché ci sarà sempre un NIMBY (Not In My BackYard, quelli che “l’autostrada nuova assolutamente sì, basta che non passi dietro casa mia”) di turno e un TAR a dargli ragione. L’esperimento già zoppicava e la crisi del 2011 diede il colpo di grazia. A un sogno in cui tanti avevamo creduto.